Mio figlio si chiama Jacopo, oggi ha 23 anni e si sta per laureare in Scienze e Tecnologie Alimentari, Facoltà di Agraria dell’Università Cattolica.

Jacopo è disgrafico e discalculico, ma questo lo abbiamo saputo solo due mesi prima del suo esame di maturità.
E’ sempre stato un bambino sveglio, intelligente, curioso. Ha camminato presto, parlato presto e con una proprietà di vocaboli notevole per la sua età.

Il primo “segnale” che qualcosa non andasse l’ho avuto all’asilo: l’insegnante mi chiamò per mostrarmi i disegni di mio figlio paragonandoli con quelli degli altri bambini. Jacopo disegnava la figura umana con due puntini (gli occhi) e due linee verticali, più o meno divaricate, che rappresentavano tutto il resto del corpo. Ovviamente i disegni degli altri bambini erano molto diversi, molto più completi e la figura umana era ben riconoscibile. A detta delle insegnanti, la sua poteva essere pigrizia, oppure un ritardo “normale” dovuto al fatto che era nato alla fine dell’anno e che quindi era più giovane della maggioranza degli altri bambini. Prediligeva rapportarsi con l’adulto e socializzava poco con gli altri bambini.
Mi hanno sollecitata a inserire Jacopo in attività sportive di gruppo, a farlo giocare con altri bambini e non da solo, come invece lui era portato a fare perché amava giocare con i Lego. Ovviamente ho seguito tutti i consigli, ma con scarsi risultati: Jacopo odiava il calcio e tutti gli sport agonistici.
Ogni volta che andavo a prenderlo a scuola c’era sempre qualcosa che non andava, nulla di grave, ma qualcosa: Jacopo non colorava le figure sugli album, ma copriva tutto con righe più o meno colorate, non riusciva a stare seduto, si alzava e girava per la classe disturbando gli altri, era sempre coinvolto in piccole scaramucce, dimenticava sempre qualcosa, non teneva in ordine il materiale ecc...

Alle elementari tutto si è complicato; scriveva sui fogli come se le righe, o i quadretti, non esistessero, non riusciva a legare le vocali e le consonanti fra loro, spezzava le parole in modo strano o non lasciava lo spazio tra una parola e l’altra. Saltava alcune frasi o le scriveva due volte, scambiava la f con la v e la c con la g, le h erano qualcosa di misterioso come la punteggiatura che non si capiva bene dove dovesse andare, in più la sua scrittura sul foglio aveva un andamento incurvato verso destra e rientrato, sulla sinistra, sempre un po’ di più ad ogni riga, cosi che all’ultima riga la scrittura cominciava più o meno a metà della riga stessa. Preoccupata ho cercato di parlarne con l’insegnante la quale, candidamente, mi ha risposto che prima o poi Jacopo avrebbe imparato a scrivere. Con la matematica non sembrava ci fossero grossi problemi, l’introduzione dei regoli al secondo anno di elementari è stato un dramma, ma a casa contavamo con le dita o con le mele e questo sembrava funzionare. Nelle altre materie era bravissimo.
A metà del terzo anno di elementari gli ho cambiato scuola, non ne potevo più, volevo che mio figlio imparasse a scrivere. Il passaggio ad una scuola privata, alla maestra unica e a tempi più flessibili, ha migliorato le cose, Jacopo era più tranquillo anche se la socializzazione dava sempre problemi (agli insegnanti, non certo a mio figlio).
A 9 anni la maestra mi fa notare che nella scrittura di Jacopo c’è qualcosa che non va (anche se nel frattempo era molto migliorato) e mi consiglia di “farlo vedere”.
Lo porto in un centro per i problemi infantili, gli fanno un sacco di test tutti con risultati eccellenti (risultati pari a quelli di un ragazzino di 14 anni) a parte due nei quali il rendimento è stato inferiore a quello di un bimbo di 6 anni, ma visto che in generale risulta avere un QI molto superiore alla norma, la diagnosi è  di pigrizia, per quanto riguarda la scrittura, perciò mi si consiglia di farlo scrivere in stampatello, e per quanto riguarda la matematica Jacopo, secondo la psicologa, avrebbe creato un sistema di ragionamento personalizzato, molto più lungo e complesso del normale, ma che gli permette di risolvere le operazioni senza grossi problemi.
Nessun problema di apprendimento quindi, ma la psicologa ha notato, nel bambino, una certa ansia, quindi inizia a mettere in dubbio il rapporto con i genitori, per cui ha voluto parlare con entrambi e alla fine, dopo vari incontri, è risultato che la colpa dei problemi di mio figlio era mia.
Sono uscita da questa cosa sconvolta, con la sensazione di essere sola, confusa e non capita.
Il rapporto con mio marito, già in crisi, si è effettivamente ulteriormente deteriorato tanto da portarci alla separazione l’anno successivo. (Il mio ex marito non ha mai voluto credere alle difficoltà di Jacopo).
Nulla di tutto questo è servito a risolvere i problemi di Jacopo se non per la scrittura che con lo stampatello è migliorata notevolmente.

Alle medie il problema ha preso una piega diversa: Jacopo andava benissimo in tutte le materie, soprattutto scienze, ma matematica e disegno erano decisamente scarse. Matematica e scienze prevedevano la stessa insegnante la quale si trovava ad avere un ragazzo con 9 in scienze ed una sfilza di 4 e 5 in matematica, cosa che lei assolutamente non capiva e non accettava presupponendo che Jacopo la stesse prendendo in giro. Da qui sono nate un sacco di incomprensioni, sofferenze e umiliazioni.
Anch’io non capivo, avevo un ragazzo intelligente, quasi geniale per alcuni aspetti, che mi cadeva miseramente su cose semplicissime come allacciarsi le scarpe, imparare le tabelline, i mesi dell’anno, le lingue straniere (l’incubo dei verbi irregolari inglesi), le regole grammaticali. Era un ragazzo insicuro con i suoi compagni, vergognoso e quasi timido, ma era completamente diverso quando era con gli adulti con i quali interagiva a proprio agio affrontando conversazioni e discussioni senza alcun problema.
Negli anni sono passata dal dubitare di lui, ai sensi di colpa, dal dubbio di non essere una buona madre a credere che mio figlio fosse un “truffatore” irrecuperabile. Ho temuto per lui, ho avuto paura, ho gioito e sono stata fiera, ho pianto e sofferto.
Quando Jacopo era alle medie, cercando su internet, ho scoperto la disgrafia e ho capito che questo poteva essere il problema. Secondo me con la disgrafia si potevano spiegare buona parte dei problemi, compresi il non incolonnamento dei numeri nelle operazioni, la forma dell’1 e del 9 che venivano sempre scambiati perché indistinguibili, e tante altre cose che impedivano a Jacopo di portare a termine correttamente un compito di matematica. Volevo portarlo ancora da un psicologo ma lui si è rifiutato, non volendo essere additato come un diverso, e cosi è andato avanti, siamo andati avanti tra alti e bassi.

Alle superiori ha scelto di fare l’istituto alberghiero, era talmente insicuro che temeva di non farcela in un liceo scientifico.
Fortunatamente qui ha incontrato un’insegnante d’italiano che lo ha aiutato molto, non lo mandava alla lavagna e non infieriva sul fatto che scrivesse in maiuscolo. Nel frattempo ha fatto corsi di auto difesa, ha acquisito sicurezza, si è messo con una sua compagna di classe e le cose sembravano andare per il meglio fino alla fine della 4 superiore.
L’insegnante di matematica ha cominciato un lavoro ai fianchi, una specie di presa in giro che secondo lei aveva lo scopo di stimolare Jacopo a fare di meglio. Erano battute, allusioni che Jacopo percepiva come sfottii, fino a quando, a metà della 5 non è esploso dicendomi che ormai, quando l’insegnante entrava, lui usciva, che tanto quando lei spiegava lui non capiva nulla, che i numeri uscivano dalla lavagna per mischiarsi in un qualcosa di assolutamente incomprensibile e che lui ci rinunciava, gettava la spugna.
A questo punto, sempre con l’aiuto di internet mi sono messa in contatto con l’associazione dislessici della mia città ed ho chiesto un incontro. Jacopo ha spiegato loro i problemi che aveva, per la prima volta ci siamo sentiti capiti. Ci hanno messo in contatto con una psicologa che ha effettuato tutti i test. I risultati sono stati identici a quelli già effettuati in precedenza, ma approfondendo il risultato negativo di un paio di prove, la lettura finale è stata completamente diversa. Ed ecco la diagnosi: Jacopo è dislessico (compensato), decisamente disgrafico e discalculico.
Non sapevo assolutamente cosa fosse la discalculia, non ne avevo mai sentito parlare.
Oggi mio figlio è un’altra persona, teme sempre un po’ di essere considerato “diverso”, ma ora ha una spiegazione per ciò che prova, le sue difficoltà hanno un nome e non si vergogna più. A distanza di qualche anno vedo che ne parla con più disinvoltura. L’esame di matematica, previsto dalla sua facoltà al 1 anno, è stato un osso duro, l’ha rimandato fino all’ultimo e ci ha dedicato un anno della sua vita (lui dice un anno sprecato). E’ stato aiutato: grazie all’associazione dislessici ha preso lezioni da ragazzi che capivano perfettamente le sue difficoltà essendoci passati anche loro, l’insegnante lo ha aiutato dividendo le prove, fermandosi con lui per chiarire i vari punti, ha tenuto conto più delle prove orali che di quelle scritte, insomma, anche con tempi un po’ più lunghi ma ci è riuscito.

Cosa dire ancora? Come raccontare le ansie, le paure, il sentirsi soli, la rabbia di fronte all’incomprensione, il dubbio che leggi sulla faccia di amici, parenti, insegnanti, il giudizio che inchioda te genitore con tuo figlio, considerato un fannullone, un pigro, uno che si diverte a prendere in giro gli insegnanti (perché poi?).
Portando alla luce il problema di Jacopo, abbiamo scoperto che mia madre è dislessica e discalculica. Anche lei ha trovato finalmente una spiegazione a tutte le sue difficoltà infantili che l’hanno spinta a lasciare la scuola presto per non sentirsi sempre dare della scema dalle sorelle.
La dislessia ha molte facce, difficile capire a volte le vere difficoltà di un bambino soprattutto se queste sono abbinate ad una mente molto creativa che tende a compensare le pecche più evidenti. Non bisogna però mai sottovalutare i sintomi.
Oggi le associazioni aiutano molto.

Grazie per questa possibilità di raccontarmi. Ha fatto bene anche a me ricordare.

 


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