Buon giorno a tutti,
sono Aurora, una ragazza di 22 anni e sono dislessica con una lieve discalculia.
Durante i primi anni delle elementari ho avuto molte difficoltà: non imparavo l’alfabeto, non sapevo nè leggere nè scrivere, grandissime difficoltà nell’esprimere un concetto oralmente, ma il mio incubo peggiore erano le tabelline (diciamo che il problema era anche la maestra).
Mia mamma non sapeva più cosa fare, aveva già passato la stessa odissea con mio fratello maggiore (svogliato e pigro nello studiare). Mamma però non si accontentò della spiegazione delle maestre e chiese ad ogni maestra quale poteva essere il problema; fortunatamente nella mia scuola c’era un’insegnante di sostegno che indirizzò mia madre da uno specialista.
All’età di otto anni arrivò la diagnosi, ma la mia avventura era appena iniziata.
Le elementari proseguirono tortuosamente, il problema primario non era la dislessia, venivo già seguita da un logopedista e da uno psicologo. Il vero problema era la disinformazione delle insegnanti che non sapevano quasi nulla sulla dislessia, si basavano per lo più sui luoghi comuni. Alcune maestre convinte di aiutare a “svegliarmi fuori" (perché a loro dire ero solo svogliata) mi rimproverarono di fronte a tutta la classe, così il resto dei miei compagni non volevano per amica una stupida scansa fatiche.
Finite le elementari, con l’autostima calpestata e zero voglia di imparare, arrivano le scuole medie. Mia madre e la logopedista si erano battute con la scuola per farmi avere un insegnante di sostegno, cosa di cui io non ero contenta; insomma già ero emarginata figurarsi con un insegnante di sostegno, sarei diventata un bersaglio.
Invece per me è stato come un piccolo miracolo, non ero stupida.
Con l’aiuto a scuola dell’insegnante di sostegno iniziai a leggere i libri con l’ausilio del sintetizzatore vocale riuscendo così a imparare e a studiare i vari argomenti scolastici. Mi fu consentito anche l’utilizzo del pc e della calcolatrice come mezzi compensativi. Grazie a questo sono rinata, ritrovai la fiducia in me attraverso lo studio, per me era un paradosso, una dislessica a cui piaceva studiare.
Trascorsi i tre anni delle medie, arrivò il momento della scelta delle scuole superiori e optai per un istituto tecnico.
Il primo anno fu un anno di cambiamenti, nuova scuola, nuovi compagni e insegnanti.
La logopedista mi consigliò di mantenere anche per il primo anno di superiori un sostegno per capire quali sarebbero state le mie difficoltà e tra lo stupore di tutti, anche il mio, il primo anno andò benissimo.
Al termine della scuola la logopedista disse che ero perfettamente autonoma e decise di ridurre le visite a una volta l’anno per rinnovare la diagnosi, non necessitavo più nemmeno dell’insegnante di sostegno.
E così tra la paura di dovermela cavare da sola e la soddisfazione di essere autonoma affrontai il resto delle superiori. Le difficoltà non mancarono; dovevo io, con la mia diagnosi in mano, spiegare ad alcuni professori quali erano le mie difficoltà, ma erano fortunatamente tutti disponibili. Con un insegnante in particolare strinsi un rapporto di amore-odio per tutte le superiori, era informato in merito alla dislessia, conosceva le mie difficoltà ma mi spronava a mettermi in gioco per superare i miei limiti ma soprattutto mi ha fatto capire che ero in grado ottenere tutto ciò che volevo.
Al termine delle superiori venne la grande decisione: “Continuo con l’Università?” “Sì!”.
Senza tanti pensieri, avrei superato tutto come avevo già fatto in passato.
Ora sono al termine del terzo anno di Università, mancano pochi esami e poi la Laurea.
Le difficoltà non sono mancate nella mia avventura universitaria, solita routine nello spiegare ai professori le mie difficoltà, concordando con loro la modalità per sostenere gli esami. Quest’anno ho frequentato un semestre in Spagna, ho avuto l’opportunità di scoprire un nuovo paese e imparare una nuova lingua; inoltre ho potuto constatare che nelle Università Spagnole la dislessia non è considerata caso eccezionale ma normalità.
Ancora oggi ad un passo dalla Laurea ho il mio tallone d’Achille, l’inglese che mi mette in seria difficoltà; ma le supererò.
Concludendo, tempo fa mi è stato chiesto cos’è, cosa rappresenta la dislessia per te, non in termini clinici.
Per me la dislessia è una caratteristica, senza non sarei io.
È vero mi ha dato sofferenze e mi sono sentita stupida, ma tutto è stato ripagato dalla soddisfazione e l’orgoglio che ho nello studiare, o molto più semplicemente nel concludere la lettura di un libro. Avevo 17 anni quando ho letto il primo libro da sola senza ausili, una delle soddisfazioni più grandi.
Per me la dislessia è motivo di orgoglio.
Spero di non avervi annoiati e scusatemi se la mia storia è tanto dettagliata ma è stato tutto importante, altrettanto importante è poter scrivere questa mia storia che spero possa confortare qualcuno di voi.
Aurora

 


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